ALI BIANCHE

fanfiction one piece 3 luglio

By Berry

Ricordo perfettamente tutto con estrema chiarezza.
Gli avevo creduto. Gli avevo creduto ciecamente e disperatamente.
Che sciocco che ero.. come avevo potuto fidarmi così?
Quello sguardo... era stato lui ad ingannarmi. Sorrideva, ricordo.
Pareva felice, quasi soddisfatto. Quando ripenso a tutto ciò, avverto una fitta al petto. Un lancinante e acuto dolore. Mi aveva mentito.. solo mentito..
E tutti quegli sguardi, quei sorrisi, quelle parole.. nient'altro che bugie. Bugie. Bugie.
Tremende menzogne che, a poco a poco che mi rendevo conto della situazione, parevano ferire sempre più profondamente il mio cuore.
Ricordo la mia corsa, le grida degli infermieri, l'altezza da cui mi gettai..
Allora mi pareva tutto così giusto.. la soluzione migliore, si..
Mi sorprendo che ancora quelle grida siano perfettamente conservate nella mia memoria. Tutto è proprio come allora. Ricordo gli infermieri.. le loro voci concitate...
<Takuto no!!!>
<Cosa vuoi fare?!?>
<Si vuole buttare!! Si vuole buttare!!>
<Ragazzo non lo fare!! Scendi di li!!..>
Ma tra le tante voci che mi raggiungevano, la tua spiccò su tutte.
<Takuto..! No, ti prego! Scusami.. non volevo mentirti, Takuto.. io non volevo..!>
Sembravi davvero dispiaciuto. Io mi voltai, ti fissai dritto negli occhi.
Quegli occhi che tante volte mi avevano sorriso, e che adesso erano terribilmente irritanti. Se avessi potuto, ti avrei parlato. Cosa avrei detto non lo so, ma sicuramente ti avrei accusato. Come ancora oggi farei. Si, la colpa è tua. Solo tua.
Mi avevi mentito, mi avevi assicurato che l'operazione non avrebbe compromesso la mia voce,.. Ti odio, ancora oggi. Ti odio. Mi hai tolto ciò che di più caro avevo.
Ciò per cui vivevo. Ciò per cui avrei dato la vita. La mia voce...
Wakaoji.. hai ferito il mio cuore con delle semplici bugie, ma sono bastate a farmi cadere. A farmi morire.
 
Sospirai, e mi accorsi che Mitsuki mi stava fissando, assorta e stranamente stupita.
<C-che hai..?> balbettai, colto alla sprovvista. Con mio sommo stupore, mi sentii arrossire. <A cosa stavi pensando, Takuto?> mi chiese candidamente la ragazza.
No, non era il caso di parlarne. <A niente..> <Non sei bravo a mentire Takuto. Non lo sei mai stato.> esclamò la ragazza, stiracchiandosi. Sussultai.
Avevamo deciso, assieme a Meroko, di passeggiare sul lungo mare quel pomeriggio, ma la coniglietta ad un tratto era corsa via. A comprare qualcosa per noi, aveva detto sobriamente. Mitsuki, al mio silenzio, fece per parlare nuovamente, ma si bloccò alla vista di Meroko, che stava affannosamente correndo nella nostra direzione.
Il sole la illuminò a pieno, mentre stava avvicinandosi tenendo in mano un soffice rinvolto bianco candido. <Eccomi..! Scusate il ritardo..> esclamò, col fiatone.
Poi, con gesti veloci, aprì il piccolo pacchetto e ne estrasse un paio di altri leggermente più piccoli. Ne afferrai uno, e l'altro lo accolsero le mani di Mitsuki.
Era tiepido. Un sensazione piacevolissima, a parer mio, quello di tenere fra le mani qualcosa di caldo. Chissà perché, quel calduccio mi fece stupidamente tornare alla mente i tempi in cui ero.. vivo. Scossi fortemente la testa e Mitsuki se ne accorse.
<Takuto,..> iniziò, e mi voltai. Aveva uno sguardo enigmatico, che non riuscivo a decifrare. Ma la ragazza non terminò, ma anzi, tornò a concentrarsi sul pacchetto.
Lo scartò con delicatezza. <Spero vi piacciano! È l'unica cosa che ho potuto sgraffignare..!> ridacchiò Meroko, sistemandosi il grande cappello rosso con fare stanco. <..Una ciambella!! Uaah! Grazie Meroko!> Mitsuki sorrideva, tenendo sulla mano un tovagliolino vaniglia e sopra, appoggiata, una calda ciambella glassata.
<Hai rubato, Meroko?> chiesi, duro. Chissà perché, quell'atmosfera allegra e spensierata mi irritava. E molto, anche.
La coniglietta fu sorpresa da quella domanda fredda <I-Io..? Beh,.. si..> balbettò, in una sorta di risposta. <Lo sai bene che è illegale, Meroko! Non devi sfruttare il fatto che gli umani non riescono a vedere i Messaggeri per scroccare cibo!> mi infiammai.
Stranamente, le parole parevano fuoriuscire dalle mie labbra con una rapidità e un distacco incredibile, dei quali mi sorpresi io stesso.
Meroko rimase un attimo bloccata, in un misto di incredulità e senso di colpa.
Mitsuki si accorse del mio stato d'animo e disse, frettolosamente <Takuto, calmati!.. Meroko voleva solo farci un favore, è stato un gesto carino..!>.
La fissai dritto negli occhi, che adesso mi parevo sin troppo innocenti. Mi davano sui nervi, senza un preciso perché. <Mitsuki, è illegale! Sia nel vostro mondo, sia nel nostro. Questo è quanto.> esclamai, gelido. <..Takuto ma..> provò a replicare Mitsuki, ma la interruppi, brusco <SMETTILA DI DIFENDERLA!!>. Quasi lo gridai.
Mitsuki serrò le labbra, mentre Meroko mi fissava con occhi spalancati.
Le guardai entrambe, con odio. Il solo sentimento che mi permettevo in quel momento.
Poi sbattei furiosamente le ali, e mi allontanai in volo. Sapevo benissimo di aver sbagliato. Chissà perché però, non me ne importava nulla.
Volai.. volai.. volai per non so quanto tempo, prima di toccare finalmente terra.
Non ero stanco, e mi sorpresi anche di quello. Da qualche giorno, continuavo sempre di più a sorprendermi di me stesso. E ciò non era un fatto casuale. Infatti, da qualche , mi ritrovavo sempre più spesso a ripensare a quel giorno.
Il giorno della mia morte. Che, peraltro, avevo voluto e messo in atto.
Mi guardai intorno, accigliato. Ero in una selva molto distante, immaginai, dalla spiaggia da dove ero partito. Ma, non contento e senza trovare pace, mi alzai nuovamente in volo. Guardai il giorno, che ormai volgeva al tramonto, con desolazione.
Solo adesso iniziavo ad avvertire un minuscolo senso di colpa, che andava incorniciandosi al mio cuore, ferito dal tempo.
Possibile che ancora tutto rimanesse così vivo nella mia mente?
<Scusami.. io non volevo mentirti, Takuto.. io non volevo..!> dicesti, sostenendo a malapena il mio sguardo. Allora, sperai con tutto il mio cuore che i miei occhi di ragazzo ti trafiggessero, Keiichi Wakaoji.
Poi, ricordo mi voltai verso la strada. Parevo dominare su tutto, da lassù, dalla terrazza dell'ospedale. E contemporaneamente, tutto pareva dominare su di me. Su di me, che ormai avevo già perso tutto. Su di me, che ormai ero già sconfitto.
Su di me, che mi lasciai andare. Lì, tra le grida degli infermieri. Lì, davanti ai tuoi occhi spauriti e colpevoli. Lì, davanti al mondo intero.
Come avevi potuto togliermi, strapparmi contro la mia volontà, la cosa a me più preziosa? Come avevi potuto? Non lo sopportai. Non potevo sopportarlo.
Si, è vero, stavo bene. Ero guarito. Ma fu il mio cuore ad ammalarsi, senza possibilità di cura. Ed era ciò che più mi spaventava. Non avere la possibilità di tornare indietro.
Non avere una seconda chanche. Niente. Nulla. Nessuna via di fuga.
Ancora oggi, con mia incredulità, riscopro che il mio odio per te non si è affievolito col tempo, Keiichi. L'ho conservato, inconsapevolmente. O forse, è stato il mio cuore, troppo ferito, a conservarlo per me.
Notai che vi era, nascosta poco prima alla mia vista, una scogliera.
Una bellissima e lussureggiante scogliera che però, al momento, mi appariva insignificante e anonima. Decisi comunque di andarci, anche perché le mie ali si mossero da sole, come guidate da un vento invisibile.
La roccia umida e tagliente era a tratti illuminata dai raggi del tramonto, ormai imminente. Il mare era calmissimo e piatto come una tavola. Ma qualcosa in me, turbava il sentimento che altrimenti avrebbe scaturito alla vista di quello spettacolo mozzafiato. Non ero nello spirito giusto per guardarlo con la dovuta serenità.
Ripensai agli sguardi increduli e feriti di Meroko e Mitsuki.
Mi passai una mano sulla faccia, cercando di togliermi quelle smorfie di disappunto che ormai mi perseguitavano. Meroko, al mio grido, era rimasta quasi spaventata.
Mitsuki invece, mi era parsa più stupita che intimorita.
Con il pollice della mano destra, mi sfregai il mento con fare strafottente.
Mi accorsi che c'era ancora dello zucchero della mia ciambella glassata, sulla mia mano. Mi ricordai di averla buttata durante il viaggio.
E d'improvviso mi pentii di quel mio atteggiamento stupido.
Solo perché stavo rivivendo in quei giorni l'incubo del mio suicidio, non significava che dovevo sfogarmi con loro. Non c'entravano assolutamente nulla.
<Ma perché deve tutto tornarmi in mente adesso?!> esclamai, e con un calcio ben assestato feci cadere in acqua sabbia e polvere.
Tutta quella calma, mentre io ero nervoso, mi dava solo un senso di irritazione profonda. Fissai le case accatastate l'una sull'altra, che costeggiavano la spiaggia.
Riconobbi, tra le tante, l'ospedale. Il mio ospedale.
Quello in cui tutto finì. In poche ore, una cosa da nulla. Senza chiederlo, mi ci ritrovai subito davanti. Notai l'inferriata bianca, sulla terrazza pallida dell'edificio.
Stranamente, non provai alcuna emozione nel rivedere il luogo della mia morte.
Forse ormai ero stanco di pensarci. Ma cosa ci ero tornato a fare, all'ospedale?..
Pensavo, forse inconsciamente, di poter placare il mio odio per lui, per il solo che avessi mai odiato fino a questo punto? O forse per alleviare il dolore che da sempre mi
trafiggeva il petto?..
Notai, dallo stato della terrazza, che oramai nessuno ci saliva più da anni.
Con un mezzo sorriso, sbuffai. Senza un particolare motivo.
Dopo aver sbattuto un paio di volte le ali, atterrai sul pavimento sporco.
Mi guardai intorno, con finta indifferenza. Poi mi voltai verso la città.
E d'improvviso una voragine di emozioni mi travolse come un uragano. Odio, rancore, rammarico.. Scossi la testa, cercando di liberarmi di tutto, ma invano.
Mi aggrappai all'inferriata, e mi accorsi di avere assunto la stessa posizione del giorno in cui mi gettai. Evitai di guardare in basso. Sarebbe stato davvero troppo.
Mi stavo andando a cercare il dolore che da sempre evitavo.
All'improvviso, come in un flashback, udì le spaurite grida di terrore degli infermieri,
singhiozzi terrorizzati, voci che si sovrapponevano...
Mi tappai le orecchie, sforzandomi di togliermi dalla mente quelle immagini terribili.
Un rumore cigolante mi svegliò di colpo da quello stato pietoso. Mi voltai di scatto.
Dalla porta in acciaio che dava sulla terrazza, era entrata una figura dignitosa, che però pareva nascondere il suo stato d'animo.
Spalancai gli occhi, incredulo. Wakaoji...
Keiichi era qui. Nello stesso posto di qualche anno fa, quando mi suicidai.
Tutto era così reale.. troppo incredibile per essere una coincidenza. Io, nello stesso posto del quale mi buttai. Lui, nello stesso posto dal quale assistette alla mia morte.
Incapace di muovermi, lo fissai. Indossava il solito camice bianco, ed aveva profonde occhiaie, segno di insonnia. Eretto, guardava la città, avvolta da mille incandescenti colori fantastici. Ma ai suoi occhi, come pure ai miei, quello spettacolo non appariva interessante. I suoi capelli erano scompigliati, come se si fosse passato più volte una mano tra le ciocche bionde. Una sottile e delicata brezza si levò, facendo ondeggiare il suo camice. All'improvviso si voltò verso di me.
Chissà perché intesi di fuggire, all'inizio. Ma poi, ricordandomi che agli esseri umani noi Messaggeri siamo invisibili, stetti immobile. Chissà come mai, non riuscivo a provare odio in quel momento.
<T.. Takuto..> mormorò all'improvviso, rompendo il filo dei miei pensieri sconnessi.
Il.. mio nome? Mi stava.. chiamando?..
<Takuto.. perché...?!> continuò, abbassando la testa, il dottore.
Fui immerso immediatamente in un turbinio di confusione. E quasi subito provai una grande compassione. Pietà. E senso di colpa, per.. averlo odiato tanto.
Scesi dall'inferriata, e mi avvicinai a lui. Piangeva.
<Ta.. ta.. kuto...> balbettava, tra i singhiozzi.
<Wakaoji.. sono qui..> dissi, titubante. Ma ben sapevo che non poteva né vedermi, né sentirmi. <..Io non volevo..> continuò Keiichi, tra le lacrime amare.
Sussultai. <No, dottore, no! La colpa.. è stata mia, non sua! Sono.. sono io che ho sbagliato, Wakoji!!> quasi lo urlai, mettendogli una mano sulla spalla.
L'unica cosa che desideravo in quel momento era che mi sentisse.. solo una volta.. solo per poco.. ma che mi sentisse. Ma il dottore, senza alcun sorriso, estrasse dalla tasca del suo camice un fazzoletto candido e si asciugò gli occhi, arrossati.
<..Scusami, se puoi..> disse, rivolgendo un ultimo, fuggente, sguardo all'inferriata dalla quale mi suicidai anni fa. Guardai lui, poi l'inferriata, poi di nuovo lui..
Mi allarmai. <No, dottore!! La colpa è stata mia!! Lei non c'entra!.. Non deve...!> ma con uno scatto della porta, Wakaoji sparì, in silenzio com'era venuto.
Notai che avevo iniziato a tremare. <..no...> sussurrai.
Se n'era andato. Non mi aveva sentito. Non ero riuscito a fare nulla. Nulla.
<..NOOO...!!> con forza imponente, mi accasciai a terra, tempestando di pugni il pavimento lucido della terrazza. <..La colpa era mia.. mia.. mia...> ripetei, e mi accorsi che alcune lacrime iniziavano a scendere. <..TU NON C'ENTRI NULLAA..!!> urlai, disperato, come a cercare di farmi udire dalle sue orecchie.
L'odio provato sino ad ora era completamente sparito. O meglio, lo stavo a poco a poco riversando su di me.
<..TORNA QUI.. WAKAOJI.. MI SENTI, WAKAOJI?!?... torna qui....> ripetei, con un filo di voce fioca. Che fallito che ero... Nient'altro che un fallito.
In lontananza, un augellino cantò. Mi rialzai e, rabbioso, aprì di scatto la porta che dava sulla terrazza. Una lunga scala buia.
<..non è colpa tua... wakaoji.. NON È COLPA TUA!!> urlai, con quanto fiato avevo nei polmoni. Sentì le guance rigate dalle lacrime.
Non udendo risposta, feci per chiudere la porta quando sentì uno scalpiccio di passi affrettati. Spalancai gli occhi. Che fosse...?!
Poi una voce chiaramente femminile <..Takuto!!> mi bloccai.
<Mitsuki.. che ci fai qui?!> chiesi risentito. La ragazza adesso era davanti a me, e stava chiudendo piano la porta d'acciaio. Era rossa in volto, ed aveva il fiatone. Doveva aver corso. Mi asciugai velocemente col guanto, l'ultima lacrima invisibile.
<..Che ci fai qui?> ripetei, più calmo.
Lei si voltò, guardandomi con furore. <Ti stavo cercando, mi sembra ovvio! Sei sparito così, senza una parola, per ore! Ci hai fatte preoccupare!!> esclamò, stringendo i pugni.
<Tsk...> sbuffai, voltandomi e iniziando a camminare.
Ma cosa stavo facendo..? Proprio poco prima mi ero sentito terribilmente in colpa per averle trattate a quel modo e adesso..?! Continuavo a scappare. Come sempre.
<È la verità, Takuto! Ti ho visto sul palazzo e sono salita..! Perché sei scappato via così?! Sei nervoso?> chiese Mitsuki e mano a mano il suo tono di voce andava salendo, forse perché non rispondevo.
Ma perché era venuta? Che gliene importava a lei dei fatti miei, per la miseria?!
<Takuto.. perché gridavi così?..> mi chiese, dopo minuti di silenzio assoluto.
<Mitsuki, perché ti interessa tanto?> ribattei, ostile.
Lei si strinse nelle spalle. <Beh.. oggi mi parevi assorto nei tuoi pensieri.. e adesso sei qui,..> si guardò un attimo intorno <..Nel luogo della tua morte. Non credo, Takuto, che tutto sia una coincidenza.> terminò, decisa.
Mitsuki...
Feci alcuni passi, e tornai all'inferriata. Vi appoggiai la mano.
<..Esatto.> risposi, esauriente. Chissà perché, non avevo alcuna voglia di raccontarle tutto ciò che era successo, l'incontro con Keiichi, eccetera..
<..Takuto ti è tornato in mente il tuo passato, ho indovinato?>
Mi voltai. Come faceva a sapere..?!
<Mitsuki... io...> balbettai, indeciso e titubante. Diedi un piccolo calcio ad una mattonella sfasata. <...Si.> dissi, infine, arreso. Era impossibile continuare a fingere tutto. <Infatti sei venuto qui..> Mitsuki mi si avvicinò, con passo felpato.
<..E gridando, nella scala, hai chiamato Wakaoji..> aggiunse, con un mezzo sorriso.
<Mitsuki, io sono morto qui.> sbottai ad un tratto. Avevo alzato un po' la voce, involontariamente, ma lei non si sorprese affatto.
Feci per guardare di sotto, in strada, ma non ebbi il coraggio di farlo. Ancora oggi mi bloccavo, non riuscendo a fissare il luogo dove mi gettai. <..Sono morto qui,..> ripetei <..E da quel giorno, dal momento in cui mi risvegliai Messaggero, ho odiato. Odiato nel profondo.> ringhiai. <Odiato colui che aveva causato la mia morte, che mi aveva spinto ad un gesto così estremo.> Mitsuki mi fissava e di tanto in tanto, i suoi occhi incrociavano i miei. <Oggi.. non so perché.. sono tornato qui. E per la prima volta..> feci un grande sospiro, guardando avanti a me <..Ho provato compassione per quell'uomo.>.
<..Il dottor Wakaoji..?> chiese Mitsuki. Le risposi con un assenso.
<..Ma è inutile. È completamente indifferente provare odio o pietà. Gioia e tristezza. Siamo Messaggeri, non possiamo tornare indietro. Quindi non dobbiamo lasciarci immergere di nuovo nei sentimenti.. umani.> sussultai, alle mie stesse parole.
<Takuto non..!> <Da quando sono Messaggero, ho sempre odiato questo mio stato. Né vivo, né del tutto morto. Né angelo, né del tutto demone.. ma soprattutto...>
Sbattei le ali furiosamente.
<..Da sempre ho odiato queste ali.>
Mitsuki, spalancò gli occhi. Si alzò un venticello leggero che mi accarezzò il viso.
Da terra si levò una piccola nube di polvere e ciottoli.
<Queste ali.. sono il segno più evidente dell'ipocrisia.> le fissai, con la coda dell'occhio.
Chissà perché, adesso, raccontare tutto a Mitsuki mi pareva così naturale..
<Non sono un angelo, e allora perché queste ali?.. Ho sempre pensato alle ali come al simbolo della libertà, ma mi sbagliavo. Queste..> ancora un battito <..Mi tengono prigioniero. Sono incatenato nella mia posizione. Benché con le ali si possa volare, andare lontano, per quanto io lontano vada.. non sarà mai abbastanza per farmi trovare pace.> Sbattei più volte le ali. E ancora, ancora.
Mitsuki fissò la città, illuminata a festa. Feci per andarmene, quando lei irruppe nel silenzio <Takuto... chi l'ha detto che sei prigioniero?>
Mi voltai di scatto, sussultando.
Mitsuki mi guardò negli occhi. <Qui.. in questo luogo.. anni fa, ti buttasti, mettendo fine alla tua vita e spezzando ogni filo che ancora ti teneva sollevato a questo mondo.
Hai odiato Wakaoji. Hai odiato te stesso. Hai odiato le tue ali.> continuò, imperterrita.
<..Ma se non sbaglio poco fa, hai gridato al dottore che non era colpa sua, ma tua, Takuto. E questo non vuol dire provare sentimenti umani?> pareva ferma nelle sue convinzioni, mentre le mie iniziavano a cedere.
<Ti sei convinto di non essere nulla di sicuro, tranne un Messaggero. Ti sei convinto.. che nessuno ti ha dato una seconda possibilità, un'altra chance..> Mitsuki si morse il labbro inferiore. <..Quelle ali ritieni siano la tua prigionia. Perché non provi a pensare a loro come ad un simbolo di libertà, come facevi un tempo? Perché non dai loro una seconda possibilità?..>. Rimasi spiazzato. Annichilito.
Cosa..?!
Mitsuki mi guardò con fermezza, quasi certa di aver fatto centro.
<Sei certo di essere prigioniero, Takuto.. non è affatto vero. Tu non sei solo.>
Detto ciò, con decisione, si avviò verso la porta metallica dicendo <Aspettami qui.>.
Restai solo, mentre i passi rimbombanti della ragazza si affievolivano sempre più..
Non riuscivo quasi a pensare. Le ali.. una seconda possibilità a loro?..
Cosa significava? Cosa.. aveva voluto dire Mitsuki?..
Non feci assolutamente in tempo a riflettere che la porta alle mie spalle, si spalancò di nuovo, e sussultai. Continuando a fissare il tramonto imminente, udì delle voci
<Venga con me.. la prego..!> <Mitsuki, ma cosa..?!> ...Keiichi...!!
Mi voltai, rabbioso.
<Mitsuki che succede..?> chiese spaesato, l'uomo. Non potei trattenere un sobbalzo.
<Dottor Wakaoji,..> Mitsuki si fece d'improvviso seria. <..Le ricorda nulla questo posto?> <...> il dottore voltò lo sguardo da un'altra parte, indifferente.
<No.. niente.> negò.
Sentì un'ira possente ribollirmi dentro. Negava?!
<..Ne è sicuro?> ripeté Mitsuki, cocciuta. <Certo Mitsuki. Adesso, se vuoi scusarmi..>
<..A..Aspetti, dottore!!> esclamò la ragazza dai riccioli bruni, fermandolo.
<..Dottore...> balbettò non sapendo come continuare.
<Mitsuki, cerca di capire.. ho da fare.. devo lavorare..!> spiegò Wakaoji, gesticolando.
<Nanerottola adesso basta..!> intervenni, avvicinandomi a lei. <Ma.. Takuto..!!> <Smettila. Lascialo andare. È evidente che non vuole ricordare..> sospirai, celando la folle folle rabbia dentro me.
Mi voltai distratto verso il dottore, che immaginavo essere già andato via.
Invece era ancora lì, davanti a noi, e fissava Mitsuki incredulo.
<..Mitsuki.. come conosci.. Takuto?> esordì, in un misto di trepidazione e paura.
<Io..?> balbettò lei, presa alla sprovvista.
<Vedi qualcun altro in giro?> rispose sarcastico, lui.
Abbassai il capo, deluso.
<..Beh...> la ragazza non sapeva come continuare.
Si creò un gelido silenzio, interrotto solo dal rumore del vento.
<Ho capito. È più che evidente che non si tratta dello stesso Takuto che conoscevo io.. Dovevo aspettarmelo, certo.> sospirò il dottore, con un mezzo sorriso.
<Ma dottore..!> <Non importa Mitsuki. Fa nulla, davvero.. il Takuto che conosco io, è morto tanti anni fa, ormai.. Ci vediamo, Mitsuki..!> e detto questo, con passo veloce, si diresse a falcate verso la porta metallica.
<...Non è giusto...> sussurrò Mitsuki, piano. La guardai, senza capire.
<..Non è giusto, Takuto! Perché non fai qualcosa?!..> mi disse, rabbiosa.
<Ma.. Mitsuki.. cerca di capire, io non posso..!> <.. E INVECE PUOI BENISSIMO FARE TUTTO QUELLO CHE VUOI! IL PROBLEMA È CHE NON CREDI CHE SIA POSSIBILE!!>.
Mi spiazzò completamente.
Teso, mi voltai verso la città illuminata e, preso da un attacco di rabbia per la mia impotenza, sbattei furiosamente le ali.
Poco dopo udì sul viso una leggera brezza che però non bastò a scuotermi via di dosso le parole di Mitsuki.
<..E questa da dove viene?..> udì declamare la voce di Wakaoji. Mi voltai, quasi senza volerlo. Keiichi, incredulo, teneva tra le dita una candida piuma bianca che solo dopo riconobbi come mia..
<Dottore...> Mitsuki gli si fece accanto, rincuorata.
Per un attimo entrambi fissarono la piuma, in silenzio quasi perfetto.
<..Dottore, il Takuto che conosceva lei è lo stesso di cui io conosco la storia, mi creda.>
Wakaoji spalancò gli occhi. <..Io.. sono sicura che adesso lui è diventato uno splendido angelo. Si, ne sono certa.> e Mitsuki sfiorò con un dito la piuma bianca, sorridendo.
Un... angelo?
<E credo che se adesso fosse qui, le direbbe che ciò che è successo quel giorno..>
Wakaoji parve ridestarsi e ricordare all'improvviso con chiarezza tutto.
<..Non è stata affatto colpa sua. Mi creda.>
D'improvviso avvertì un calore dritto al petto. D'un tratto mi sentì stranamente bene e, guardando le mie ali, non provai più quel senso di rancore e odio che mi aveva perseguitato per tanti anni. Ali bianche...
Una loro piuma era finita nelle mani di Keiichi.. come potevo odiarle?
Si, avrei dato loro una seconda possibilità, come mi aveva detto Mitsuki.
Si, non sarei più stato prigioniero di me stesso.
<...Io...> Wakaoji si gettò in ginocchio sul pavimento umido della terrazza.
Strinse la piuma tra la dita, più forte, e parve trattenere le lacrime.
<...Io spero solo che quell'angelo.. si possa risvegliare presto...>.
E detto questo, si accasciò, scoppiando a piangere.
Sorrisi...


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