SAMARAKENZE
Questa fanfiction riguarda l’anime Aquarion. La mia
“fantasia” inizia dall’episodio 23 in cui Sirius, passato dalla parte degli
angeli delle tenebre, sta combattendo contro i suoi ex-compagni: ho cambiato
l’esito della battaglia per agganciare la ff. So di aver il brutto vizio di
lasciare per scontato che il lettore conosca bene l’anime, pertanto mi scuso in
anticipo se vi verranno dei punti interrogativi sulla testa ^__^. Intanto ne
tolgo uno: ho scritto "samarakenze" (parola senza significato, ma dai
mille significati) perchè scrivendo "prefazione" nessuno l'avrebbe
letta! Buona lettura!
CAPITOLO 1
La scelta delle ali
…<<Anche se non posso volare, sono comunque in grado
di realizzare i miei sogni!>>
… <<Questa mano non è fatta per stringere la tua,
fratello, ma per stringere quelle delle persone a cui voglio bene>>.
… Con queste parole Apollo e Silvia avevano scosso l’animo
di Sirius fino a ricondurlo alla Deava.
La mattina seguente la battaglia, gli elements furono
svegliati di botto alle 4.00, quando il sole spuntava appena alla riga
dell’orizzonte. Furono schierati nel campo sportivo in attesa del comandante
Gen Fudo, il quale preferì al solito un’entrata delle sue apparendo dietro i
ragazzi: <<Attenti!>>
Tutti fecero mezzo giro per voltarsi ricomponendosi alla
meno peggio.
<<È giunto il momento>> continuò, mentre il sole
sorgeva lentamente alle sue spalle <<… se tra noi c’è veramente Ali del
Sole>>.
I piloti sembravano immobilizzati, ma ogni tanto lanciavano
occhiate fuggenti verso Sirius, Apollo e Silvia.
Dopo che Toma aveva portato Sirius ad Atlandia, l’ipotesi
ormai certezza che Apollo fosse la reincarnazione di Ali del Sole era andata
sgretolandosi in un dubbio: Sirius o Apollo? La stessa Silvia, reincarnazione
di Celyan, non riusciva più a darsi una risposta.
E ora veniva messa in dubbio la presenza stessa di
Apollonius alla Deava.
La voce autoritaria del comandante s’insinuava di soppiatto
trai pensieri degli elements:
<<Voglio fare una prova, non sarà decisiva, ma vale la
pena di provare.>>
Tutti erano ancora impietriti, immersi nella speranza di
udire un “Rompete le righe” e tornarsene a letto a dimenticare quelle strane
affermazioni: ma la richiesta fu stramba come sempre…
<<Silvia!>> - la ragazza trasalì sentendosi
chiamare - <<Vieni al centro del campo>>.
<<Eccomi>> Silvia era corsa dal comandante, ma
ora non poteva nascondergli il suo timore.
Fudo la bendò sbrigativamente con un fazzoletto nero di una
stoffa piuttosto pesante, poi riprese: <<Tu resta ferma qui. Voi invece
disponetevi in cerchio intorno a lei… no, così non va bene, più radi… ancora un
po’… bene, fermi.>> Intanto lui era uscito dal cerchio e aveva raggiunto
la dottoressa Sofia e il vice comandante Gerome che erano rimasti a bordo campo
con Reina.
<<Perché ha fatto disporre anche le ragazze?>>
chiese la dottoressa <<Non credo che Apollonius si sia reincarnato in una
donna.>>
<<Se disponevo solo i ragazzi, il cerchio veniva
troppo piccolo!>>
La dottoressa sorrise, in seguito si rivolse a Silvia che
attendeva istruzioni: <<Silvia, ascoltami bene: cerca di concentrarti.
Svuota la mente e ripercorri solo i ricordi della tua vita precedente. Libera
Celyan; hai capito?>>
<<Credo di sì>> “O almeno spero”
<<Lascia che il tuo cuore ti mostri la verità!>>
la voce di Gen Fudo rimbombava per tutto il campo.
Intanto la tensione si faceva più alta e il sole sembrava
attendere a sorgere nella sua completezza.
Il cuore di Silvia batteva sempre più forte e la mente
diventava più confusa ad ogni secondo.
Chi è veramente Ali del Sole? Apollo o Sirius?
“Devo calmarmi, così non riuscirò a mai a tornare Celyan,
devo pensare solo al passato, solo ad Apollonius e dimenticare tutto il resto…
se solo potessi provare gli stessi sentimenti di quando toccai quella piuma…”
Cominciò a respirare lentamente nell’inutile tentativo di
scrollarsi di dosso tutti gli sguardi e la responsabilità che la opprimevano.
Tuttavia l’agitazione diminuiva respinta da un calore che si accendeva flebile
dentro di lei. Il volto di un uomo appariva sfocato emanando lo stesso in
quella nebbia di pensieri una potenza abbagliante: era bellissimo con rossi
capelli mossi dal vento e gli occhi profondi, uno sguardo familiare, tristi e
insieme terribili. Era irradiato di una luce accecante.
Senza accorgersene, Silvia stava già camminando verso
qualcuno con le braccia protese a sfiorare quella persona: aveva riconosciuto
una collana; aveva dunque sbagliato, si trovava di fronte ad una ragazza.
Si tolse la benda con rassegnazione, ma - alzati gli occhi -
vedeva Ali del Sole… sì, era veramente lui, non c’erano dubbi… quegli occhi, i
capelli fiammeggianti, il sole radioso alle sue spalle… Lo abbracciò
appoggiandogli le mani su quella schiena robusta per tenerlo stretto.
Attorno i ragazzi erano rimasti senza fiato; lei lo chiamava
ignara di tutto: <<Apollonius…>>.
Sirius si era ghiacciato così come i suoi occhi increduli…
<<Perché… perché lui?>>.
Sì, Silvia aveva scelto lui: Apollo. Quel sole non era sorto
alle sue spalle per caso.
Quando Silvia si rese conto che stava abbracciando Apollo si
stacco bruscamente: barcollava cercando di farsene una ragione. Poi irruppe nel
silenzio che si era creato: <<Molto bene, non è sufficiente dato che gli
esseri umani sono creature inaffidabili, ma è sempre un inizio. Tornate pure
nelle vostre stanze, per oggi ho finito con voi.>>
I ragazzi e le ragazze ripercorsero i loro passi fino alle
camere, la maggior parte per tornare a dormire. Nessuno aveva voglia di
commentare l’allenamento, soprattutto a quell’ora del mattino.
Sirius si era chiuso come al solito nella sua stanza a
leggere custodito dalla penombra…
<<Fratello, posso entrare?>>
<<Vieni avanti.>>
Nella stanza le tende erano ancora tirate nonostante ormai
si fosse fatto giorno; una sola lampada illuminava la scrivania dove Sirius
stava seduto dietro una decina di libri disposti ordinatamente.
<<Fratello, ecco… prima io…>>
<<So di non essere io Ali del Sole.>>
<<Ma anche Fudo ha detto…>>
<<Se io fossi realmente Apollonius, non credo che gli
angeli delle tenebre mi avrebbero lasciato andare così facilmente… e comunque è
meglio che sia così.>>
<<Perché dici questo!>>
<<Silvia, noi siamo fratelli, io non potrei mai essere
contemporaneamente tuo fratello e l’amato della vita precedente.>>
<<Forse hai ragione. È meglio così… anche
perché…>>
<<Perché, cosa?>>
<<No, niente. Ti lascio in pace adesso.>>
Nel frattempo qualcuno si dedica ad una caccia mattutina nei
boschi circostanti la base:
<<Uffa! Non sono riuscito a prendere nemmeno una
lucertola.>>. Apollo si distende sull’erba fissando il cielo tra le
fronde degli alberi. L’immagine di Silvia che camminava verso di lui gli
percuote il cervello.
“Chissà, forse sono davvero Apollonius… se è vero, nella mia
vita precedente…>> si gira su un lato scrutando le ombre dei cespugli di
rovi.
<<Ahia! Che male alla schiena! Eppure non ho battuto
mica da nessuna parte!>> adesso si alza spolverando un po’ i pantaloni
<<Sarà meglio rientrare, oggi non è proprio giornata!>>
Le ore si protraggono oziose finché non si fa sera e Apollo
prima di cena va a farsi una doccia fredda per ritemprarsi: non ha voglia di
fare un’altra battuta di caccia senza bottino.
L’acqua scorre sciacquando via l’inquietudine, d’altra parte
rendendo i ricordi ancora più nitidi e quasi senza volere già pronuncia dolcemente
il nome di Celyan.
Un’altra fitta alla schiena lo riportò con i piedi per
terra. Uscì dalla doccia per specchiarsi in modo tale da vedere la schiena:
erano comparsi due segni che seguivano la linea interna delle scapole. Rientrò
sotto l’acqua cercando di lavarli via, ma sembravano indelebili; ogni tanto
tornava a specchiarsi: erano sempre lì.
<<Accidenti!>>
Allora si ricordò che esattamente lì Silvia aveva appoggiato
le mani durante l’allenamento: <<Tutta colpa della Principessa
Fessa!>>
Non fece per poco in tempo a finire di lamentarsi che fu
preso da una fitta più forte. L’acqua fredda si macchiò di caldo rosso sangue.
I segni indelebili avevano cominciato a sanguinare in piccole gocce, ma
l’emorragia sembrava aumentare.
Apollo si vestì in fretta legandosi un asciugamano sotto il
gilet per non sporcarlo col sangue: “Non so cosa mi stia accadendo, ma di
sicuro è colpa della Principessa Fessa!” Apollo correva per i corridoi diretto
al dormitorio.
Fortunatamente Silvia era in fondo alle scale che scendono
nelle stanze comuni. Apollo l’afferrò per un braccio portandola con sé.
Continuò a correre finché non raggiunsero l’infermeria secondaria della Deava
usata raramente e solo in casi d’emergenza.
<<Si può sapere perché mi hai portata
qui?Rispondimi!>>
<<Sei tu che devi rispondere! Cos’hai fatto alla mia
schiena!>>
<<Ma cosa stai blaterando…>>
La frase di Silvia rimase sospesa, poiché davanti a lei
Apollo esibiva i due segni sanguinanti.
In un lampo la ragazza rivide la candida ala che grondava
sangue, quella che aveva visto quando lei e Apollo avevano toccato la piuma
degli angeli delle tenebre.
<<Ehi, vuoi aiutarmi sì o no?>>
<<Oh, scusami! Certo che ti aiuto, da quanto è che
sanguini? Non è che ti viene un’anemia? Dove tengono le bende? Ce la fai ad
aspettare un attimo?>>. Silvia correva su e giù nella piccola infermeria
lasciando da parte il suo carattere scontroso. Lui aveva appoggiato degli altri
asciugamani sul letto e si era sdraiato con la schiena verso l’alto per
rallentare la perdita di sangue.
Quando Silvia ebbe trovato il minimo indispensabile, gli
asciugò la schiena e ci spruzzò sopra il disinfettante e un cicatrizzante che
formava una pellicola tipo cerotto.
<<Adesso tirati su se vuoi che ti bendi.>> si
sentiva in colpa, sentiva che era colpa sua, o almeno in parte.
<<E va bene…ahia!>> Apollo si tirò su
disponendosi faccia a faccia con lei <<Questa me la paghi Principessa
Fessa!>> continuò.
<<Beh, scusami, non potevo prevedere che sarebbe
successo e poi… come mai sei venuto da me? Potevi andare dai medici della
Deava.>>. Silvia stava arrossendo un po’ per la rabbia, ma soprattutto
perché non voleva alzare lo sguardo e vedere Apollo seduto lì senza maglia e,
di conseguenza, arrossire di più.
<<Avevo paura…>> la voce di Apollo si era fatta
cupa <<Avevo paura che mi trattassero come hanno fatto con Glen e
quell’angelo…>>
<<Apollo…>> Silvia stese la mano per confortarlo
e lui senza preavviso se la appoggiò all’altezza del cuore, così suscitando
stupore e imbarazzo nella ragazza che sentiva avvolgersi in quel profumo
nostalgico.
<<Non preoccuparti,>> riprese lei <<ora
alza le braccia così ti posso fasciare.>>
<<Potresti bendarmi in modo che non si veda da sotto i
vestiti?>>
<<Ci proverò>>.
CAPITOLO 2
La battaglia dei laghi
Il mattino seguente alle 11:11 precise un soldato cherubin
minacciava lo stato dell’Ohio, USA. Le indicazioni del vice comandante
echeggiavano dagli altoparlanti per tutta la base:
<<Vector Mars, Pierre. Vector Luna, Reika. Vector Sol,
Apollo.>>
Poi la registrazione: <<Gli addetti alla manutenzione
sono pregati di allontanarsi dalla zona di lancio>>.
I tre vectors sfrecciavano ad alta quota sopra i Grandi
Laghi e videro il soldato cherubin ergersi sulla piccola isola nell’estremità
ovest del Lago Erie. Era un nuovo modello, di dimensioni maggiori rispetto a
quelle standar; sembrava un cavaliere.
Alla base June stava comunicando i dati ricevuti. <<Il
materiale di costruzione sembrerebbe platino, ma i valori di durezza e fusione
sono alterati: durezza 11 e fusione a 1000°C>>.
<<Fondetevi in Aquarion Mars: è il più adatto a
quest’ambiente>> comandò Gerome.
Pierre prese esaltato la posizione di testa nella
formazione: <<Concentrazione!>>, <<Fusione!>>,
<<Go! Aquarion!>>.
Le vector machines si unirono nell’Aquarion che ora
s’innalzava tra la foresta di conifere della riva nord.
<<Fire kick!>> senza esitare Pierre calciò un
abete infuocato contro il soldato che lo schivò in un movimento ondeggiante.
Ora l’Aquarion Mars si avvicinava con un pugno incandescente
che colpì il braccio sinistro squagliandolo. Sotto gli occhi increduli degli
elements: mentre i cavi delle articolazioni del soldato cherubin s’illuminavano
d’azzurro, il platino si ricompose.
Continuarono così per circa un’ora e ogni volta che Mars
andava a segno, il soldato si ricomponeva nelle parti danneggiate, con il
risultato che gli elements erano sempre più stanchi.
Apollo sentiva la schiena pulsare dal dolore che diventava
più forte ad ogni urto, ma non avrebbe mai accettato una sconfitta, poi
comparse la finestra di Reika sullo schermo: <<Se andiamo avanti così,
perderemo, dobbiamo scoprire il suo punto debole!>>. Detto questo Reika
si concentrò su ogni singola parte e meccanismo del nemico finché non parlò di
nuovo:
<<Bisogna distruggere la sfera al centro del suo
corpo; è grazie a quella che si ricompone! Pierre lasciami assumere la
posizione di testa.>>
<<Va bene!>>
Il gigante si divise per tornare subito ad essere uno, ma
con diversa configurazione:
<<Aquarion Luna!>>
Reika preparò l’arco e la freccia intanto che il cavaliere
avversario s’avvicinava pericolosamente.
<<Non posso sbagliare… Lunatic Archery!>>.
La freccia partì sibilando, ma strisciò lateralmente
sfiorando appena la sfera che non si scalfì neppure. Troppo tardi; il pugno
nemico li investì in pieno provocando l’annullamento della fusione.
I tre vectors si trovarono scagliati in direzioni
differenti: il Mars riprese quota per primo, seguito dal Luna.
Il Sol invece si era arenato sul bordo del lago con la punta
semisommersa dall’acqua.
<<Apollo… Apollo mi senti?>>. Sia Reika che
Pierre ripetevano all’infinito quella frase mentre Tsugumi dalla Deava rese
note le condizioni del vector:
<<Si sono interrotte le comunicazioni Vector Sol,
probabilmente Apollo è svenuto.>>
Gerome ordinò precipitosamente il teleport-change, ma il
sistema non rispondeva.
Il comandante Fudo si alzò in piedi: <<È necessario
mandare un element sul posto, preparate la navetta d’emergenza, useremo
quella.>>
<<Comandante! Mandi me!>>. Era stata Silvia a
urlare, “Sono l’unica a sapere che Apollo era ferito ancora prima di salire a
bordo” pensò.
<<Permesso accordato>> disse Fudo con uno dei
suoi sorrisi maliziosi sulle labbra, <<Pierre, Reika; ci occorrono almeno
cinque minuti, cercate di prendere tempo>>.
<<Ricevuto!>>
Silvia atterrò accanto al Sol dopo 3 minuti e 46 secondi, a
4 minuti spaccati era già salita.
<<Ehi, Apollo… puoi sentirmi? Sono io, Silvia>>
la ragazza sosteneva il corpo di Apollo con le braccia facendo attenzione alla
schiena e avvicinò l’orecchio alla bocca di lui per controllare il respiro.
<<Il respiro mi sembra regolare… forza Apollo,
svegliati! Dobbiamo combattere!>>
Lui socchiuse gli occhi guardando la confusa sagoma della
ragazza di fronte a sé:
<Silvia…>>
<<Menomale! Riesci a muoverti?>>
<<Credo di sì…>>
<<Facciamo così, tu ti siedi sopra di me: in questo
modo posso attutirti i colpi alla schiena.>> e Silvia si mise seduta sul
sedile, ma Apollo esitava, <<Avanti, Apollo! Non è la prima volta che
pilotiamo insieme, vedrai che ce la caveremo anche questa volta!>>
<<Ok, mi hai convinto.>> concluse con tono
rassegnato afferrando i comandi insieme a Silvia.
Sol riprese a muoversi affiancando le altre due macchine;
Pierre non tardò a sfogare la sua ironia su Apollo e Silvia: <<Ehi,
Silvia! A quanto vedo non ti dispiace il contatto fisico, eh?!>>
<<Pierre, piantala subito! Tu e le tue stupide
battute! Dobbiamo fare la fusione!>>
<<Sei così impaziente di unirti al tuo
Apollo?!>>
<<Smettila Pierre, Silvia ha ragione: non è il momento
di scherzare!>> Reika era intervenuta per bloccare sul nascere
l’imminente bufera, infatti, la vena sulla fronte di Silvia pulsava
violentemente e Apollo sembrava soffrire di un tic nervoso all’angolo destro
della bocca.
<<A quanto pare non sono
apprezzato…Concentrazione…>> sbuffò Pierre,
<<Fusione>> continuò Reika,
<<Go Aquarion!>> gridarono all’unisono Silvia e
Apollo.
Il Solar Aquarion prese forma e cominciò subito a sferrare
colpi al vento, poi cadendo sotto uno azzeccato del soldato cherubin tra le
urla dei quattro piloti.
<<Apollo, ti sei fatto male?>> chiese Silvia,
mentre facevano rialzare il gigante.
<<Non molto>>
<<Andiamo?>>
<<Sì… Pierre, mi servirà il tuo potere.>>
<<Conta pure su di me>> rispose il calciatore
facendo l’occhiolino.
<<Pronti…>> disse Apollo <<FIRE
PUNCH!>>
- Nuova registrazione: Fire Punch, Pugno infuocato del Sole
-
Il pugno incandescente trapassò la sfera del soldato
cherubin da parte a parte: sciogliendola gli altri pezzi sprofondarono in
frammenti fino al fondo del Lago Erie.
Ore 22:22 : la fusione venne annullata e i vectors
rientrarono alla Deava.
CAPITOLO 3
Sinceramente ho sempre guardato i fiori
Durante il viaggio Apollo prese a parlare con Silvia, anche
se la sua voce diventava via via più ansimante per il dolore: <<Ce
l’abbiamo fatta anche stavolta>>
<<Sì, ma ora devi farti curare dai dottori, io non
sono più in grado di aiutarti.>>
<<Non voglio! Mi tratterebbero come una cavia!>>
<<Sai che non è vero: i medici della Deava non sono
come quelli dell’esercito! E poi stai perdendo troppo sangue non posso mica
farti un trasfusione!>>
<<Sì, però…>>
Silvia allora afferro la mano destra di Apollo con la sua:
<<Non ti lascerò solo… prometto di non lasciare la tua mano qualsiasi
cosa accada!>>
<<Silvia…>> Apollo abbassò la testa cercando le
parole giuste, ma a volte la semplicità è la soluzione di tutto, quindi
concluse <<…grazie>>.
Arrossirono entrambi e sfuggirono allo sguardo dell’altro
finché non scesero dal Vector Sol; Silvia stringeva forte quella mano, mentre
s’incamminavano verso l’infermeria in silenzio.
Dovettero spiegare il perché di quelle ferite, ma cercarono
di non scendere nei dettagli per evitare un eventuale interessamento
dell’ospedale militare al caso.
Silvia continuò a mantenere la promessa e anche quando i
dottori dovettero medicare Apollo non ci fu verso di farle mollare la presa.
Apollo si risvegliò dall’anestesia intorno alle 23 e un
quarto.
<<Come ti senti?>> chiese Silvia lasciando
trasparire un tono di dolcezza tra le parole.
<<Sono un po’ stanco, la schiena va già molto
meglio>>, Apollo con la coda dell’occhio guardò le loro mani ancora
unite, non sentiva neanche il bisogno di chiederle se si era allontanata mentre
era stato sotto anestesia, dunque continuò <<Se non ti dispiace mi
rimetto a dormire.>>
<<Non preoccuparti>>
Lui chiuse gli occhi e si abbandonò al cullare di quel
profumo nostalgico che invadeva l’aria accompagnandolo fino al mondo dei sogni.
Intanto che lui s’addormentava sul ponte di comando quattro
figure analizzavano l’avvenimento per dargli più o meno rilievo.
Gerome parlava balbettando alla ricerca di una spiegazione
trascrivibile in numeri e chimica: <<Sembrano tracce d’ali, ma possiamo
fidarci di loro? E se ci avessero mentito su tutto quanto? E se si fosse solo
ferito quando è andato nella foresta?>>
<<Apollo e Silvia non sono dei bugiardi! Sono dei
bravi ragazzi e questo lo sa molto bene, vice comandante!>> la signorina
Sofia con quel suo tono armonioso ma autorevole, come una madre che protegge i
propri figli.
<<In ogni modo>> riprese Gerome ricomponendosi
<<serviranno delle analisi accurate.>>
<<E per che cosa?>> la voce di Fudo intonava
dalla poltrona in penombra come il resto della stanza <<Per scoprire
quello che sappiamo già? Sarebbe solo tempo sprecato!>>
<<Colui che si strappò le ali>> Reina citava le
parole del famoso libro <<… colui che si strappò le ali per salvare la
sua amata…>>
<<Esattamente>> Fudo si alzò in piedi stringendo
un pugno davanti a sé <<Apollonius si strappò le ali, lo dice chiaramente
il Libro dell’alta Genesi. Ha bisogno di altre conferme, Gerome?>>
Il vice comandante rimase in silenzio.
Lentamente l’orologio dell’infermeria era arrivato a segnare
l’una e mezzo di notte e Silvia sbadigliava, tenendo a stento gli occhi aperti
dato che impiegava tutte le sue energie nello stringere quella mano.
La battaglia aveva sfiancato anche lei e probabilmente
sarebbe crollata da un momento all’altro e, altrettanto probabilmente, nel
sonno avrebbe lasciato la presa. Voleva resistere, ma non ce la faceva più.
Si guardò intorno in cerca di qualche rimedio al problema e
allora vide un pezzo di benda rimasto sul comodino. Era sufficiente a legare le
loro mani insieme, e così fece; quindi appoggiò la testa sul letto sussurrando:
<<È una promessa…>>
…
L’alba entro furtivamente nella stanza tra le tende che
oscuravano le finestre per due terzi; la luce accarezzò i due ragazzi come se
volesse svegliarli dolcemente, Apollo avendola sul viso si svegliò per primo.
Fece per stropicciarsi gli occhi, ma si accorse che la sua
mano destra era stata legata, spostò lentamente la vista su questa trovandola
fasciata stretta ad un’altra. Gli occhi ora risalivano lungo quel braccio
sconosciuto fino ad inquadrata il volto addormentato di una ragazza.
Apollo sorrise; Silvia aveva mantenuto la promessa, ora
dormiva tranquilla accanto a lui intanto che il sole sorgeva di nuovo
illuminandola un poco alla volta fino a destarla con uguale dolcezza.
Il ragazzo l’osservava scuotere il capo, frastornata, e poi
ricordarsi tutto d’un colpo cos’era successo e controllava che la fascia non si
fosse slegata.
<<Siamo ancora insieme>> la rassicurò Apollo;
così facendo trascinò tutta l’attenzione di Silvia su se stesso.
Lei non sapeva se piangere o ridere e nell’indecisione
scelse per un: <<Sì>>.
<<Aiutami ad alzarmi, voglio andare in un
posto>>
<<Sei sicuro?>>
<<Se no te l’avrei chiesto?>
mi, voglio andare in un posto>>
>>
Non fece in tempo ad alzarsi che Fudo avanzò imponente nella
stanza attraverso la porta automatica:
<<Non ho
intenzione di fermarti, ti chiedo solo di venire tra un quarto d'ora sul ponte
di comando>>
<<L'accontento ma... perchè dovrei venire?>>
<<È solo per una formalità: dobbiamo comunicare
ufficialmente che abbiamo trovato Ali del Sole.>>
Per un attimo gli occhi del ragazzo e del comandante si
fissarono con una tale intensità che sembravano parlarsi; finché Fudo girò i
tacchi e uscì.
adesso Silvia lo guardava preoccupata e ansiosa sperando di
poterlo aiutare in qualche modo, ma questi sentimenti erano mischiati ad altri:
dentro di sè aveva sempre sperato che fosse lui il suo Apollonius.
Apollo riprese a parlare: <<A questo punto è meglio se
ci andiamo dopo, comunque devo prepararmi, dammi una mano.>>
Dopo dieci minuti camminavano per il corridoio, ancora
legati, senza fiatare.
La porta si aprì e comparvero sul ponte di comando accanto
alla dottoressa Sofia, mentre Fudo, Gerome e tutti gli elements erano seduti ai
loro posti: la stanza era invasa da bisbigli.
Il comandante si alzò in piedi di fronte alla scrivania e
Silvia, che stava poco dietro ad Apollo perchè avevano legate le mani destre,
sentì il ragazzo tirare u respiro profondo.
<<Questa è una comunicazione ufficiale a tutta la
Deava>> l'uomo parlava con una voce decisa, anche più del solito
<<Apollo... è la reincarnazione di Ali del Sole>>
Sui volti degli elements della prima squadra la sorpresa era
quasi impercettibile, al contrario quelli della seconda e vari addetti rimasero
di sasso. La stanza ora si era fatta silenziosa; Apollo rimase lì in piedi con
lo sguardo fisso, irraggiungibile a chiunque tanto che non sentiva neppure
Silvia stretta intorno al suo braccio e ancora per qualche minuto fu scrutato
dalla folla indiscreta: tra le matricole si muoveva quasi il terrore quando cercavano
di spiare quegli occhi dorati, terribili.
Poi lentamente Apollo uscì trascinandosi dietro Silvia e,
prima ancora che la porta scorresse alle loro spalle, udirono un crescendo di
parlottare.
lei attendeva un cenno o una parola ancora aggrappata a quel
braccio.
Apollo tirò un sospiro di sollievo: <<Ora possiamo
andare, ma è meglio se ci sleghiamo le mani: dobbiamo passare dalla
foresta.>>
<<Ah... va bene>> Silvia disfece il nodo e si
mise intasca la benda. Fece fatica a lasciare la presa, forse per lei non era
più una semplice promessa.
Piano piano si trovarono ad attraversare la foresta - o
meglio "fare un percorso ad ostacoli"- aiutandosi l'un l'altro:
Apollo sapeva la strada ed era più pratico, Silvia lo aiutava se la schiena gli
faceva male.
In tanto la foresta andava diradandosi fino a raggiungere lo
spiazzo dove c'era la sorgente circondata da un prato verde che risplendeva
sotto i raggi del sole simile all'acqua limpida che scintillava tra le rocce.
Apollo senza pensarci due volte si tolse la maglia e Silvia
divenne rossa come un peperone: <<Ma cosa stai facendo!?>>
<<Il bagno>> rispose lui candidamente.
<<Ahahah!>> Silvia si giro di scatto, ma lui
infilò dentro una vasca naturale con i pantaloni addosso.
<<Che hai? Non sono mica nudo!>>
Lei si rigirò con cautela e vedendo che aveva i pantaloni
tornò tranquilla e si sedette per terra.
Passarono così almeno una mezz’oretta accompagnati dal suono
dell'acqua che sgorgava e rinfrescava quei "segni di ali".
Silvia si era distesa sull'erba e seguiva le nuvole di panna
con lo sguardo giocandoci. Apollo ancora fradicio si mise seduto accanto a lei
imitandola col viso rivolto al cielo.
Nei suoi occhi s'annidava un'ombra triste ed un senso di
vuoto, sembrava che il vento oltre alle nuvole stesse trascinando via anche la
sua anima. Silvia, forse percependo tutto questo, si voltò verso di lui
appoggiando la guancia sinistra sull'erba fresca: <<Che cosa c'è?>>
<<Pensavo a quanto sarebbe bello volare...>>
<<Ma, Apollo... avevi detto che anche senza poter
volare saresti stato in grado di realizzare i tuoi sogni, e adesso... perchè
hai cambiato idea?>>
<<No, l'ho detto e ci credo ancora, ma non posso dire
che ora sia la stessa cosa. Ora so che una volta potevo volare ed è come
essermi accorto che mi manca qualcosa e non poterci far niente...>>
<<Se io non avessi mai incontrato, tu avresti ancora
le tue ali...>>
<<Sei una stupida! Se ho scelto così nella mia vita
precedente, vuol dire che ne valeva la pena! E quindi vivrò senza rimpianti
anche in questa vita!>>
Detto questo si distese continuando a guardare il cielo, poi
improvvisamente sorrise e riprese a
parlare: <<Ricordi quello che disse Fudo?>> si girò di fianco verso
di lei <<Qualcosa tipo: "Chi guarda le stelle del cielo, non si
accorge dei fiori che crescono sulla terra". Sinceramente ho sempre
guardato i fiori; non vedo perchè dovrei cambiare!>>
Sorrise di nuovo e si ributtò di schiena; Silvia gli
s'avvicinò appoggiando la testa sul petto di lui che le avvolse le spalle con
un braccio.
Apollo guardò un'ultima volta verso l'alto prima di chiudere
gli occhi ed addormentarsi così, insieme, sotto il caldo sole di mezzogiorno.
Fine