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By Mirko


A volte vorrei solo che le cose non fossero così.
A volte vorrei sedermi su questo scoglio flagellato dalle onde del mare e non pensare a niente. Né a te né a me. A niente. Non fraintendermi, ti prego: non sono infelice, e comunque non per colpa tua: sei la cosa più bella che mi sia capitata in tutta la vita, eppure non credo, sai, di avere il diritto di sentirmi così felice, non io, ma tu sì, sì, mille volte sì, ed è per questo che credo che ti meriti di condividere il futuro con una persona più adatta di me.
Ti prego, non dirmi che mi ami, perché ogni volta che lo dici mi sento il cuore scoppiare…se ti dicessi tutta la verità non capiresti, e forse, dopotutto, è meglio così.
Ricordi come ci siamo conosciuti? Io non lo scorderò mai. Eravamo al parco, ed io fissavo il cielo, seduta su di una panchina, mentre davanti a me i ragazzini correvano avanti e indietro, gridando e calciando un pallone; quasi non li udivo, persa com’ero nei pensieri che mi attanagliavano. Da quando ho ricordi reagisco così quando penso a mio padre, il professor Tomoe. In un certo senso è sempre stato così per me: l’enigma di quell’uomo vicino e lontano al tempo stesso mi ha ossessionata per tutta l’infanzia, e, a dirla tutta, riempita di timore. Mi vuole bene, ma raramente mi abbraccia o parla di mia madre, e ancor più raramente si confida con me, perso com’è nei suoi studi e nel suo lavoro. Qualche volta mi sembra addirittura che abbia paura di me, della mia costante debolezza, del mio fisico infranto che gli ricorda un che di doloroso, e forse paura di rivivere un tempo in cui le cose non sempre sono state così, ed in cui sorridermi non gli costava uno sforzo doloroso.
Seduta ancora su quella panchina, osservo con malinconia quei ragazzini spensierati che si allontanano, ed in cuor mio li invidio e li odio al tempo stesso: li invidio perché sanno cosa significhi ridere, e li odio nascostamente per tutte le volte che quelli come loro mi hanno respinta e presa in giro per il mio potere di guarire la gente…ma no, in fondo posso comprenderli, anche se fa male: hanno paura di me, del mio essere “strana”. Mi piacerebbe un giorno poter diventare una dottoressa: i medici nessuno li considera strani, possono esercitare la loro arte liberamente, e spesso ricevono persino un “grazie”. Non dico che vorrei salvare la gente per avere in cambio della gratitudine, però, alle volte, un sorriso mi piacerebbe, e mi scalderebbe il cuore.
È stato allora che sei arrivato tu.
Ti sei seduto sulla panchina accanto a me e, rivolgendomi il sorriso più bello e sincero che una persona mi abbia mai dedicato mi hai detto: “Che vento forte tira oggi, se continua così tutti gli alberi di ciliegio resteranno spogli ben prima dell’estate”.
Io ho sorriso, un po’ imbarazzata, poi ho annuito, mentre mi tendevi la mano e ti presentavi. L’ ho stretta: com’era calda, mi ricordava le mani di mia madre che mi tenevano quand’ero molto piccola, prima che quell’ odiato incidente al laboratorio di papà me la portasse via per sempre.
“Come ti chiami?”, mi hai chiesto, dividendo il tuo sguardo tra me e i petali bianchi che turbinavano nel vento. “Ottavia. Ottavia Tomoe. Vi…vieni spesso qui al parco?”, ti ho domandato, incespicando un po’ con la lingua per l’emozione.
“Qualche volta. Mi piace guardare questi vecchi alberi che ogni primavera tornano a fiorire, lo considero una specie di piccolo miracolo. Mi sdraio sul prato, o mi siedo all’ombra dei ciliegi, cercando di non pensare a nulla in particolare. Spesso guardo quaggiù, verso di te. Ma tu non mi hai mai visto. Hai una bella espressione quando sogni ad occhi aperti…o almeno quando presumo che tu lo faccia… osservarti a lungo mi piace, mi dà serenità”.
Sono arrossita fino alla radice dei capelli: non ero abituata a ricevere complimenti, di solito tutti, mio padre in testa, mi evitavano o avevano atteggiamenti ambigui nei miei confronti. Mi avevi spiazzata, lo confesso.
“Scusami”, ti sei affrettato a dire, “non volevo essere indiscreto”.
“No, no, anzi, sei…sei molto gentile. È solo che penso di non essere un soggetto poi così interessante, ecco tutto”. “Per me non è così”, hai soggiunto con un sorriso timido quanto il mio, abbassando un po’ gli occhi, “Ti guardo tanto spesso, senza avere il coraggio neanche di salutarti, che mi sembra ormai di conoscerti meglio di me stesso. So che vieni qui tutti i giorni alle quattro, da sola, e che ti piace guardare a lungo le violette ai bordi dello stagno. So che ami passeggiare per dieci minuti lungo quel vialetto, ma non più a lungo, perché ti affatichi presto, e vieni a sederti quaggiù. So che guardi la gente che passa con una punta di malinconia negli occhi, e che ti estranei a lungo per pensare…ma quello che pensi, non lo so”.
Forse è stato in quel momento che ho cominciato a volerti bene, non lo so, o forse te ne ho voluto sin dal primo istante in cui ti sei seduto al mio fianco. Non mi sono però mai considerata degna delle attenzioni altrui, forse perché questa era l’idea istillatami in testa dall’assistente di mio padre, che non meritassi di essere amata.
Quando mi hai salutata e mi hai chiesto se ci saremmo potuti rivedere ti ho risposto di sì quasi senza rifletterci tanto il mio cuore aveva bisogno di amore in quel momento. E credimi, mio tenerissimo amico, i dieci giorni che ho passato con te a passeggiare, leggere insieme, bere un’aranciata con le cannucce in riva al lago, chiacchierare dei nostri sogni e delle nostre paure sono stati i dieci giorni più belli della mia vita. Ma devono finire. Devono, e, ti supplico, non odiarmi se puoi.
Io non sono quella che credi. Dentro di me nascondo un segreto talmente grande che io stessa ne sono atterrita. Non posso spiegarti, e forse non voglio. Mio padre, credo, potrebbe farlo, ma non voglio che sappia di te, di noi. È un ricordo troppo bello, troppo puro e che voglio serbare soltanto nel mio cuore, senza condividerlo con nessuno.
Non avrei mai pensato di fare intenzionalmente del male ad una persona, ma, mi rendo conto è quello che ti sto facendo adesso. La solitudine è la mia strada.
E con essa la Distruzione.

FINE



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