
By Akuma
Morte. La fine. L'ultima dipartita.
Il sonno eterno. Che cosa devo pensare ora? Non ho più niente
da fare, niente da perdere, niente da dire. Solo pensieri di ghiaccio
che si arginano nella mia mente, pensieri di cui non trovo il senso,
pensieri opachi, pensieri morti. Sono rimasto io. Insieme alla mia
anima esanime che conferisce al mio corpo le energie per muoversi. Non ho
nemmeno più voglia di mangiare, non intendo farlo, l'unica cosa che mi
andrebbe è buttare giù dei cubi di ghiaccio, almeno così anche il mio
corpo si gelerebbe, lasciandomi senza vita, perso per il mare dei
ricordi. Quella donna mi si avvicina con uno sguardo che le ho già
visto troppe volte, uno sguardo che si sforza di essere amorevole, ma che
nasconde una costrizione segreta dalla quale ogni volta riesco a sottrarmi
placidamente. E lei mi lascia sempre fare, come se non le importasse
nulla. La guardo con odio. Che diavolo vuole ancora? - Ha chiamato di
nuovo il mister.- mi dice. In tutta risposta mi alzo come se non avessi
sentito ciò che hanno appena pronunciato quelle labbra e mi dirigo verso
l'uscita di casa, prendendo la giacca con una mano dalla poltrona vicino
alla porta. - Hai sentito cosa ho detto? Quando ti deciderai a tornare
a giocare??- il suo tono di voce si alza e diviene minaccioso. Ecco,
l'amore artefatto che l'avvolgeva prima è scomparso, lasciando trasparire
il suo vero io. Mi volto aprendo la porta e fissandola di nuovo con
amarezza. - Vuoi dire quando mi deciderò a tornare a guadagnare qualcosa
per sfamare il tuo rostro sputasentenze?- ribatto con ostilità - Penso che
dovrai rassegnarti, ho lasciato la squadra.- Sbatto la porta e mi
ritrovo di nuovo da solo in faccia al mondo. Sì, quel mondo stupido e
senza senso che mille e mille volte mi ha fatto soffrire. Non sto
bene, ma non m'importa. Non m'interessa nemmeno dove mi porteranno le mie
gambe oggi, l'importante è levarsi di torno, andarmene da quella casa
maledetta che sono costretto a frequentare ogni fottutissimo giorno.
Via. Finalmente sto correndo via. Quanto mi piace correre, via
da questo mondo di plastica che non esita a sputarti in faccia ogni volta
che abbassi la guardia. Mi fermo solo quando mi viene il fiatone. Mi
appoggio con tutto il corpo al parapetto del piccolo ponte di pietra.
Sotto di me scorre quel fiume di acqua limpida che ormai vedo da anni.
Quel fiume a cui milioni di poeti hanno dedicato i loro versi. Respiro a
fatica, mi tremano le gambe. Ormai credo che non siano più in grado di
reggere il mio peso senza che io gli dia un nutrimento. Ma non voglio
mangiare. A che serve vivere se al tempo stesso non puoi farlo? Se
il peso della morte ti schiaccia e ti frantuma le ossa? Sospiro
pesantemente e alzo il volto. La luce del tramonto è talmente rossa da
sembrare modellata col sangue. Un gigante di ferro si staglia di
fronte a me. La rapida successione di istanti non ha rovinato la sua
magnificenza e mi fissa sempre con la stessa grande potenza che lo
caratterizza. Imperturbabile, immersa in una calma e in una meraviglia
inalterabile, la Tour Eiffel. Socchiudo gli occhi e la fisso senza
pensare a nulla. Non mi vengono in mente pensieri sensati, ho già
consumato tutto il mio cervello pensando a ciò che non avrei mai voluto
che accadesse. Non voglio pensare. - Pierre!- una voce di ragazza mi
riporta alla realtà. Conosco bene la sua voce, ma non mi volto, non
voglio vedere anche la sua maschera. - Va' via.- le dico crudelmente.
Fa finta di non aver sentito, mi si avvicina e si appoggia alla
ringhiera, di fianco a me. Non la guardo, solo noto i suoi capelli
color arancio muoversi leggermente lambiti da quell'inconsistente brezza
di autunno. - Non sei più venuto ad allenarti...- mi dice. Non rispondo.
- Sai... anche Louis è preoccupato.- Il mio mutismo la fa sospirare,
si porta una mano al petto e continua ad articolare suoni che alle mie
orecchie giungono così lontani, eppure altrettanto chiari. - Pierre...
è passato un mese... sai bene che ora giochi una squadra di
professionisti, non sei più nel Bordeaux, qui si tratta del Paris Saint
Germain... e non puoi permetterti di pregiudicare la tua carriera...
giochi con i calciatori migliori di Francia, tu sei il loro capitano!
Anche Napoleon è stato ingaggiato dalla federazione, ed è fiero di stare
accanto a te, perc...- - Basta!- grido in preda alla rabbia - Che cosa
vuoi da me, ragazzina?! Vieni a Parigi, fai presenza al funerale e adesso
ti permetti anche di farmi la paternale?! Non me ne frega niente del
calcio, chiaro!?? Tanto meno di quell'idiota di Napoleon! Perciò non
inventarti balle e levati dalle scatole! Sparisci!- Sto gridando, non
ragiono più. Non doveva dirmi delle cose del genere. Ormai non me ne
importa più niente del calcio, che senso ha continuare? Nessuno mi avrebbe
mai amato, nessuno avrebbe mai provato dell'affetto per me! Per chi
diavolo dovrei continuare a giocare?? Non voglio giocare!! Non voglio
sapere più niente di nessuno!! Non m'interessa niente della squadra!!
Voglio andare via, voglio levarmi quest'odore di morte dall'anima!
Rosemarie mi guarda con compassione, i suoi occhi si riempiono di
lacrime. - Non dirmi queste cose... Pierre... io ti voglio bene... -
Non la sopporto. Perché diavolo sta piangendo?! Non ne ha il diritto!
Non può fare la santarellina in questo modo e mettersi a piangere davanti
a me!! Che cosa vuole, pietà? Non ce la faccio più, sto per scoppiare, ho
le mani che mi prudono. Come diavolo fa ad essere così falsa?? Non deve
permettersi di piangere! Lei non c'entra assolutamente niente! Odio
chi non si fa gli affari propri e si crede capace di comprendermi!!
Nessuno può capire il dolore che mi dilania l'anima!! Solo io posso
piangere!! La mia mano si alza e si abbassa velocemente sulla sua
faccia, facendola voltare dall'altra parte. Sì, sono debole ma ho ancora i
muscoli di un uomo, muscoli che ho allenato per diventare il numero uno
del mondo fino a un mese fa. Ma ormai nulla conta più, che Schneider o
Tsubasa prendano pure questo titolo, per me non vale più nulla. -
Stronzate!!- urlo con rabbia - Non ti permettere mai più di parlarmi
così!! Stupida ragazzina idiota!! Non t'impicciare in affari che non ti
riguardano!! Non essere tanto ipocrita da pensare solo lontanamente di
capirmi!! Cristo, non sei tu che hai visto tuo padre piantarsi un coltello
in gola!!!!- Mi fa male parlare a voce così alta. Ho esaurito
l'ossigeno e devo fare un profondo respiro per riprendermi. Mi gira la
testa ma voglio colpirla ancora. Finché non mi abbandonano le forze.
Stupida piccola ipocrita!! Lei non dice nulla, solo prende a
singhiozzare più velocemente, poi mi rivolge uno sguardo di pietà. Non
vale la pena di restare ancora lì. Sputo per terra come per liberarmi di
un peso e poi riprendo a parlare con tono normale. Sono poche parole, che
però credo abbiano lasciato un segno dentro di lei. - Non farti
rivedere mai più dai miei occhi.- mi volto lentamente e mi dirigo verso la
parte opposta della città. Non sto nemmeno a guardare la reazione di
quella ragazza, mi giro semplicemente e me ne vado. Non me ne frega niente
di lei. Infondo non mi è mai interessato nulla. Ero solo un ragazzino.
Poi, nel giro di una notte sono maturato come se fossero passati dieci
anni. Ho capito la morte. Ho capito la vita. Ciò che credevo
fosse una cotta non era che uno stupido capriccio. Volevo Rosemarie perché
le piaceva Tsubasa, ed io ero suo rivale, ero uno sciocco ragazzino
dispettoso. Ho usato quella ragazza per i miei comodi. Ma non m'interessa.
Non l'ho mica violentata! Non l'ho nemmeno mai baciata! Mi siedo su una
panchina di marmo e mi prendo la faccia tra le mani. Che situazione
assurda! Mio padre crepa e mia madre solo dopo due settimane si
presenta a casa con una specie di sostituto! Quel damerino in giacca e
cravatta che mi fa dei sorrisi falsi, per guadagnarsi chissà cosa. Mia
madre stava insieme a quell'uomo già da prima che mio padre si spegnesse
per sempre. Lo so. L'ho sempre saputo. Ma non me n'è mai
importato, per questo che mettevo tutto me stesso nel calcio, volevo fare
qualcosa che fosse solo mio, in cui mi trovassi bene, solo per questo
motivo sono diventato il più grande fantasista di Francia. Per avere
qualcosa che mi tenesse lontano da questo mondo di merda, per chiudermi in
un altro mondo, tutto mio. Con l'andare del tempo avevo riscoperto che
giocare a calcio dava anche i suoi frutti: la fama, i fans, i soldi e
soprattutto il divertimento. Ho scoperto solo da poco che mia madre mi ha
sempre appoggiato perché vuole denaro. Sfruttato. Ecco come mi
sento, ho un misto di emozioni come rabbia, rancore e odio dentro di me
che non riesco a differenziare. Sono tutte fuse tra loro, amalgamate nella
mia anima. Ci siamo trasferiti qui a Parigi proprio per il mio
trasferimento al Paris Saint Germain. Da quando ha saputo la notizia della
convocazione, mia madre ha cominciato ad incitarmi a giocare. Io ero
talmente cieco e ingenuo che credevo che finalmente si fosse interessata
alla mia passione invece di rimanere indifferente come aveva fatto sino a
quel momento. E invece... invece... la falsità delle persone non ha
limiti. Mi fa male chiamarla mamma. Mi fa male pensarla tale.
Ogni volta che vedo una madre con il suo bambino dentro di me si
accende una fiamma intensa. La fiamma dell'odio. Solo mio padre mi
è stato sempre vicino. Lui anche se lavorava molto, stava fuori casa
spesso, non è mai mancato alle mie partite più importanti. Ero fortunato
ad avere un padre come lui. Molti dicevano che ci somigliavamo molto.
Non l'ho mai pensato. Mai prima di quel giorno. Ora quando mi
guardo allo specchio vedo lui. Ho paura. Finirò anche io come lui?
Morirò ucciso da me stesso? Dalla mia rabbia, dal
dolore? Cammino con le mani in tasca e la testa bassa. Dentro di me so
dove sto andando, anche se non l'ho ancora pensato. Alzo gli occhi.
Come pensavo. Le mie gambe stanche mi hanno portato ancora una volta
al cimitero. Entro deciso, anche se a passo lento. Ormai non c'è
più nessuno: è orario di chiusura. Ma non m'interessa; mi trascino
sulla ghiaia e tengo lo sguardo fisso per terra. Le vedo accanto a me.
Alla mia destra, alla mia sinistra. Tutto intorno al sentiero che sto
percorrendo. Tombe. E là sotto, gente che c'è stata e che non sarà
mai più. Proprio come mio padre. Mi dirigo verso la fine del sentiero,
dietro altre tombe più alte ce n'è una di marmo grigio scuro, che ad ogni
mio passo si fa sempre più vicina. Alzo lentamente il volto e lo sguardo
mi cade su una lapide bianca, pochi metri lontano da me. Mi fermo di
scatto, come se fossi guidato a comando e riesco a leggere la data e
scorgere il ritratto. Sì, sotto quella lastra nivea dorme un
neonato. Non sento nulla. Rimango impassibile a fissare
quell'epitaffio immacolato senza provare nessun sentimento. Ho di nuovo
paura. Perché non riesco a provare nemmeno il più piccolo senso di
compassione per quel piccolo corpicino che ha guardato la vita solo per
pochi istanti? Ora sta lì sotto, avvolto nel gelo di un feretro ghiacciato
di morte. Non avrà mai una vita. Un'esistenza fatta solo di pochi giorni
aveva avuto, poi l'ombra nera del buio si era presa la sua anima. Non
aveva scelto lui di morire. Non aveva avuto scelta. Al contrario mio
padre... si era conficcato la lama di quel coltello in gola con
un'inclemenza tale da non lasciarmi nemmeno più respirare. Sono rimasto in
piedi ore a guardare quel corpo morto, privato del suo sangue purpureo che
si era riversato sul pavimento freddo, riscaldandolo mentre si estendeva
ancora di più sulle piastrelle grigie. Ero tornato dagli allenamenti
proprio in quel momento. Louis mi aveva pregato di rimanere con lui,
voleva che andassimo a bere qualcosa. Ma io avevo rifiutato perché sapevo
che a casa c'era lui. Mio padre. Finalmente era tornato da uno dei
suoi lunghi viaggi di lavoro e non vedevo l'ora di stare un po' con lui,
di parlare a lungo di tutto ciò che avevo fatto durante la sua assenza.
Volevo sentire la sua voce. Vedere il suo sorriso. Sentire le sue braccia
sulle mie spalle, mentre mi dava il bentornato a casa. Invece... Sono
entrato piano, volevo fargli una sorpresa. Era tutto buio, solo la luce
della cucina illuminava la casa, ormai immersa nella sera inoltrata. Lo
raggiunsi sulla soglia con un gran sorriso sulle labbra, ho urlato "Papà!
Sono qui!" con tutta la gioia che potevo provare ma non mi ero reso conto
che lui teneva in mano quel maledetto arnese... e nel momento stesso in
cui ho aperto la bocca... ho visto la lama gelida scintillare sotto la
luce artificiale e penetrargli nella carne tutto d'un soffio... il sangue
irrorare la parete e poi scendere a fiotti dalla sua gola, rosso come
l'inferno, crudele come la morte. Mentre si voltava per cadere,
probabilmente mi aveva sentito mentre mi sono annunciato, mi ha rivolto
uno sguardo colpevole ma sereno, per poi chiudere gli occhi e attendere
che la morte lo portasse via lentamente come il sangue che riempiva il
suolo e svuotava il suo corpo. Il tonfo sordo del mio borsone aveva rotto
quel silenzio carico di angoscia, poi più nulla. Nella testa non avevo
più niente. Buio. Era come se tutt'un tratto mi si fosse
cancellato il cervello. Lo fissavo con gli occhi, come una bambola senza
vita. Sono rimasto lì sulla soglia come incantato a guardare quel cadavere
per delle ore. Finché l'urlo di quella donna non mi ha riportato alla
realtà. Fino a quel momento lei era stata fuori con l'altro uomo. Erano
mesi che succedeva. Rientrava tardi e io la potevo vedere solo di mattina.
Sapevo quello che faceva, anche se non avevo mai visto l'altro uomo. Sono
abbastanza grande da capirle certe cose. Ma non le ho mai detto nulla,
forse non volevo affrontare la realtà. E ora... questa maledetta realtà mi
si sbatte in faccia con il gelo dell'annullamento di colui che amo di più
al mondo!! Senza nemmeno rendermene conto ho corso fino a che non sono
scivolato su una di queste pietre fredde. Mi fa male un ginocchio.
Ho freddo. L'unica cosa che mi può riscaldare ora sarebbe un suo
abbraccio. Ma sento già le lacrime scendermi sulla faccia senza che me ne
possa accorgere. Non voglio piangere. Non ancora. Ho pianto per delle
notti intere. Non dormo da giorni e non m'interessa più niente di nessuno.
Probabilmente mi sto spegnendo anch'io. Non voglio! Striscio sulla
ghiaia e raggiungo la sua lapide. Vi poggio una mano sopra. É
ghiacciata. Sono ancora semi disteso quando incontro per l'ennesima
volta i suoi occhi sulla foto incorniciata da un falso oro. Digrigno i
denti per resistere al freddo, per smettere di piangere. Mi tiro su in
ginocchio e inizio a gridare, tirando pugni carichi d'odio alla pietra
gelida. - Bastardo!! Come... hai potuto voler morire!! Che t'importa di
quella donna e dell'altro uomo?!? Perché mi hai lasciato indietro?!? Ti
odio!! Ti odio!! Io sono sempre stato qui ad aspettarti!! Cristo, tu sei
mio padre!! Perché mi hai lasciato da solo?! Bastardo!! Ti odio!!- Non
ho più voce. Le imprecazioni che gli sto lanciando mi fanno male
all'anima. Sento il mio petto lacerarsi sotto le mie stesse grida.
Tento di asciugarmi le lacrime con le mani sporche di sangue. Il
mio sangue. Sto picchiando troppo forte ma non m'interessa, voglio
sfogarmi ancora, voglio battere i pugni sul marmo e continuare ad urlare
finché non mi si sfracellano le ossa. É quasi buio. Inizierà
un'altra notte. Ed io sono ancora qui che non penso ad altro che a
gridare i miei pensieri di piombo su questa lapide gelata di
morte. Presto mi ritrovo a non urlare più, a stringere piano piano
questa pietra, come un bambino che cerca il petto di un padre. - Te ne
sei andato via... - dico tra i singhiozzi, fissando il mio sangue che ha
macchiato la foto -...mi hai dimenticato qui... papà... non immagini
nemmeno quanto ti volevo bene...- Il mio fiato bianco s'infrange come
il sussurro contro la pietra, che accoglie il mio corpo ormai esausto e
ansante. Ogni sospiro è un dolore. Ogni sospiro è la sofferenza
dell'anima. Davanti ai miei occhi. Davanti al mio cuore. Si era
ammazzato davanti a me. Quel giorno non ho pianto. Non ho urlato.
Non sono riuscito a farlo. Volevo solo svegliarmi. Sentire la sua
voce giù in salotto chiamarmi per andare a fare colazione. E anche in
questo istante sono qui, appoggiato alla tomba di mio padre, aspettando
finalmente di svegliarmi, raggiungendo la fine di questo infernale
incubo. Sì. Mi sveglierò.
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